Ti sto ascoltando!

Nel laboratorio Genitori Consapevoli del CPP  abbiamo fatto una esercitazione a coppie, tutti quanti in dieci minuti. A turno uno mette in atto il ruolo di "ascoltatore" e l'altro quello di "protagonista".  In pratica uno ha la parola per metà tempo mentre l'altro lo ascolta attentamente. Ciascuno ha alcuni minuti senza interruzioni per dire la sua, quello che si sente di dire, dando la propria personale risposta a una domanda data a tutti. Poi di invertono i ruoli.

Generalmente, nelle conversazioni e nei gruppi, non è facile nemmeno prendere la parola e non tutti riescono a continuare a esprimersi senza essere interrotti per un tempo non brevissimo.

Il compito quasi spaventa.

Che dire per 5 minuti su un solo argomento? Generalmente nelle conversazioni che facciamo tra genitori davanti alla scuola, al parco, anche in famiglia per la verità e nelle assemblee scolastiche, non di rado succede, soprattutto se si tocca un argomento "caldo", che tutti vogliano dire la loro, senza ascoltare quello che dicono gli altri. Anche se non  ci si interrompesse, succede comunque che il desiderio di metterci del proprio, di esprimere il proprio punto di vista ed essere finalmente ascoltati, confligge proprio con la possibilità di ascoltare effettivamente, davvero, di diventare realmente, almeno a turno, ascoltatori.

Molti sono allenati da una vita a essere "telespettatori" o "radioascoltatori". Si ascolta senza poter essere ascoltati da chi parla, se non in via eccezionale. Quindi si ascolta con un orecchio, pronti a giudicare più che a comprendere e a entrare effettivamente in una relazione e in una comunicazione umana, tra persone reali e presenti, consapevoli e responsabili, cioè appunto capaci di ascolto e risposta. Forse anche per questo la voglia di essere finalmente ascoltati e dire la propria diventa così dirompente nelle conversazioni reali! Ma è un circolo vizioso che finisce per impedire di fatto proprio l'ascolto. La voglia di essere ascoltati può diventare controproducente e rendere impossibile ascoltare.

Invece qui ci viene chiesto di provare ad ascoltare e basta.

Si può  separare il ruolo di "colui che ascolta" da tutti gli altri ruoli che abbiamo, provare a lasciare in sospeso le cose che vengono alla mente mentre si ascolta l'altro per continuare nell'ascolto, senza interrompere, se non per chiedere eventualmente chiarimenti, se proprio non si capisce qualcosa.

Ma come è difficile!

Proprio perché le cose che l'altro dice mi interessano, mi suscitano ricordi, idee, ecco che scatta l'urgenza di smettere di ascoltare per prendere la parola e condividere l'emozione con chi me l'ha suscitata! Tacere e continuare ad ascoltare è uno sforzo, non  è affatto spontaneo. Ma se lo faccio, mi accorgo che effettivamente l'altro è capace di andare avanti a raccontarsi, avrebbe altro da dire.

E così, da questa brevissima esperienza, mi accorgo che effettivamente anche nelle conversazioni con i figli, quando loro parlano e parlano e  parlano con me, a volte scatta la stessa molla. A volte proprio non li posso ascoltare perché sto facendo altro, magari cucinando per loro, non lo vedono? Ma altre volte succede che proprio perché sono coinvolta e interessata a quello che dicono, a volte li interrompo, finisco le loro frasi, faccio troppe domande, praticamente sono io che do loro messaggi o giudizi invece di ascoltare.

Mi rendo conto, sentendo la fatica mia e dell'altro in questo esercizio, di quello che perdo e anche di quello che rischio quando manca la consapevolezza nella conversazione con i bambini. (Figuriamoci quando diventeranno adolescenti!)

In pratica in quel modo, con un ascolto così intermittente e parziale, rischio di far passare loro la voglia di parlare. È proprio di questo che si tratta. Sì, si parla comunque per chiedere qualcosa, per avere risposte, per necessità. Ma i bambini spontaneamente parlano tantissimo quando imparano a parlare! E come potrei ascoltare sempre quei fiumi in piena? È possibile? Dipende da me? Ho anche il peso di questa responsabilità?

Fortunatamente una mamma, dopo l'esercitazione, ha condiviso con tutto il gruppo il suo ricordo di quanto fosse stato efficace dire al suo bambino capriccioso: "Dimmi, ti sto ascoltando!". Il piccolo di due-tre anni si è calmato subito.

Ci posso provare anch'io, di nuovo, almeno qualche volta. Ma sarebbe stato meglio se mi avessero insegnato prima  a usare le orecchie con un po' di consapevolezza.

 

 

 

 

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